sabato 17 febbraio 2018

SEPARAZIONE DEI CONIUGI E MANTENIMENTO DEI FIGLI: LE LINEE GUIDA DEL CNF



A fine anno scorso, il Consiglio Nazionale Forense, l'istituzione di autogoverno dell'avvocatura, ha inoltrato le tanto attese "linee guida per la regolamentazione delle modalità di mantenimento dei figli nelle causa di diritto familiare"
Attese, perché uno dei punti dolenti delle separazioni è proprio il trattamento economico da riservare ai figli e il contributo alle spese che ognuno dei coniugi deve impegnarsi a fornire. Non è insolito assistere a prassi differenti da Tribunale e Tribunale, con tentativi, mal riusciti, di trasferire "usi e costumi" da un posto all'altro. 
Alla fine chi decide è sempre il Giudice locale che, ovviamente, seguirà i propri criteri di giudizio, più o meno ancorati alla realtà del proprio Tribunale, piuttosto che alle novità della Cassazione. 
Le linee guida si propongono come obiettivo di evitare, quanto più possibile, contenziosi inutili, ed allo stesso tempo uniformare alcuni criteri interpretativi su tutto il territorio nazionale. 
L'affido condiviso dei figli tra i genitori, le riforme sul mantenimento diretto dei figli e le altre recenti riforme, vanno sempre contemperati con la realtà della nostra società, "dove i ruoli genitoriali tradizionali, che assegnano alla madre la prevalenza dei compiti di cura ed accudimento, sono ancora molto marcati". 
Le linee guida danno criteri specifici e ben precisi su quali spese siano comprese nell'assegno di mantenimento ordinario (mensile), differenziando tali spese da quelle definite "extra assegno" ma obbligatorie, per le quali NON è prevista alcuna concertazione preventiva. In questi casi il genitore con cui vivono i figli può effettuare le spese senza temere contestazione dall'altro. Si tratta, ad esempio di spese sanitarie urgenti, libri scolastici, spese sanitarie, ortodontiche o oculistiche da effettuarsi con il SSN, sin'anche le spese di bollo ed assicurazione del ciclomotore o veicolo acquistato con il consenso di entrambi i genitori. 
Infine, vi sono le spese straordinarie da concordare preventivamente da parte di entrambi i genitori. Sono, ad esempio, le rette scolastiche in scuole private, le spese ludiche o parascolastiche, come la partecipazione a corsi, viaggi di istruzione o gite, conseguimento della patente, spese sportive, spese mediche in cliniche private o specialistiche fuori SSN, organizzazione di feste o eventi dei figli, acquisto di mezzi di trasporto. 
Tutte le spese di cui si vuole chiedere il rimborso debbono comunque essere documentate. Altrimenti potrebbe essere difficile, in caso di contestazione, ottenere il rimborso della spesa. 
Il CNF indica, quale termine per esprimere il dissenso preventivo, venti giorni dalla proposta di spesa, pervenuta con qualsiasi mezzo documentabile (sms, fax, mail, messenger, lettera, etc...). 
Altra nota dolente sono gli assegni familiari. Il CNF indica che detti assegni dovrebbero sempre e comunque essere percepiti dal genitore collocatario, anche in via prevalente, dei figli, in aggiunta all'assegno di mantenimento, anche se gli assegni familiari sono materialmente erogati dal datore di lavoro dell'altro genitore. 
E' ovvio che quanto sopra, può essere rimodulato secondo il singolo caso, ma ritengo che il CNF abbia dotato gli avvocati di un ottimo strumento a cui fare riferimento nelle cause di separazione e divorzi, fornendo criteri omogenei per la trattazione di singole problematiche. 
Nulla vieta che i coniugi, già in sede di separazione, possano fare riferimento per le spese ai criteri stabiliti dal CNF, il quale raccomanda agli avvocati di utilizzarli sempre nei casi dubbi o di conflitto tra i genitori. Di sicuro la pratica futura, ci dirà quale sarà il "gradimento" delle linee guida, ma credo, in ogni caso, che il CNF abbia svolto un lavoro ottimo, anche perché chiaro nella sua formulazione, utile e dettagliato e facilmente comprensibile anche da parte dei "non addetti" ai lavori. 
By Michele Barbera 



giovedì 15 febbraio 2018

POLITICA: LA VERGOGNA DELLA DOPPIA MORALE


La legge si applica ai nemici e si interpreta per gli amici.
E' da sempre stato un principio assoluto del comandare politico. Un semplice corollario è quello che recita "noi siamo bravi, tutti gli altri no". Se sbaglia un amico si giustifica, se sbaglia un avversario si condanna.
Dal che una persistente ambiguità che si muove dietro le quinte del potere politico ed agita i fantasmi della corruzione e della truffa. 
Sia ben chiaro, non sto attaccando i "cinquestelle" che sembrano siano diventati il nemico comune di tutti, né le mie parole sono rivolte esclusivamente a qualche navigato politico dei fronti di destra o di sinistra. 
Credo, però, che in questo momento storico, la palude politica si stia prosciugando, che l'inganno e la doppiezza non possano ancora nascondersi nelle sabbie mobili di una ricercata riservatezza e di un comodo oblio.
Colpa dei social, di internet, della coscienza sociale, ormai l'ambiguità in politica non paga più, l'applicazione di una "doppia morale" è ancora peggio. 
In politica il fango è dovunque e comunque. E' una tela in cui incappano mosche grandi e mosche piccole. 
Credo che sarebbe meglio ammettere i propri errori ed allontanare, quale che sia lo schieramento, i corrotti, i truffatori e - perché no - i ladri dai partiti e dai movimenti.
Si comincia da lì a fare il "buon governo". 
Nessuno è così ingenuo da credere che i buoni stanno tutti da una parte ed i cattivi dall'altra. I profittatori sono una razza trasversale che si nutre non dell'ideologia, ma del maltolto, dell'occasione ladra e della opportunità corrotta.
I movimenti civici, con il loro carico umano variegato e a volte improvvisato, sono divenuti anche loro preda di questi sciacalli e, credo, che scrollarseli di dosso non sarà facile. Assieme a loro ci sono i voltagabbana, i "surfisti", che cavalcano l'onda vincente con acrobazie olimpioniche ed i manipolatori occulti.
In questo tessuto malato è facile che ci si infetti e si rimanga macchiati. 
Occorre una cura drastica, non vuote accuse o maldestre giustificazioni: fuori dalla politica, per dimissioni o espulsioni, chi sbaglia, chi non è onesto, chi non mantiene gli impegni. 
In politica la coerenza vale quanto l'onestà. Più di ogni altra cosa.
Bisogna togliere la maschera a chi ama giocare con più mazzi di carte per vincere barando, per occupare posti a sbafo ed ottenere privilegi e prebende. 
E' una medicina amara, ma è la sola e la più rapida, che può debellare il malcostume, recuperare la credibilità della classe politica e ricucire lo strappo fra chi si candida a governare la cosa pubblica ed il popolo ormai esasperato.
By Michele Barbera


giovedì 1 febbraio 2018

CITAZIONI: Scegliere di Eileen Caddy



Scelgo di vivere per scelta, e non per caso.
Scelgo di fare dei cambiamenti, anziché avere delle scuse.
Scelgo di essere motivato, non manipolato.
Scelgo di essere utile, non usato.
Scelgo l’autostima, non l’autocommiserazione.
Scelgo di eccellere, non di competere.
Scelgo di ascoltare la voce interiore, 

e non l’opinione casuale della gente.


(Eileen Caddy)

Insegnante spirituale e autore new age, una dei fondatori della comunità di Findhorn Foundation presso l'Ecovillaggio di Findhorn

lunedì 22 gennaio 2018

IL MASSACRO DEI ROHINGYA: ED IL MONDO STA A GUARDARE


A chi può interessare se l'esercito del Myanmar dal mese di agosto scorso sta effettuando una pulizia etnica contro il popolo Rohingya? Siamo tutti intenti a commemorare stragi ed olocausti del secolo scorso, ma quasi storciamo il muso di fronte ai genocidi che si consumano sotto i nostri occhi. Non c'è spiegazione per quello che sta succedendo ai confini del Bangladesh, sotto un regime che chiude gli occhi persino ai giornalisti. Dall'agosto 2017 quando l'esercito e la polizia birmana hanno cominciato a sterminare l'etnia Rohingya quasi 700.000 persone (ma le statistiche sono in difetto) sono fuggite dalle loro case incendiate e dai villaggi distrutti. Quanti sono morti? La cifra ufficiale si aggira attorno a 10.000 persone, ma anche qui le statistiche sono del tutto approssimative. I numeri raccolti da alcune organizzazioni stimano i morti attorno ad una cifra (approssimata sempre per difetto) di oltre 15.000 persone in meno di sei mesi.
La realtà è che tutto ciò sta avvenendo sotto silenzio dei grandi Paesi e delle organizzazioni internazionali, mentre il Bangladesh, saturo da questa invasione di disperati, sta attuando misure di contenimento che significano - sostanzialmente - altri morti per denutrizione e sfinimento nei campi profughi affollati sino all'esasperazione. 
Il bello è che al governo del Myanmar c'è persino un Premio Nobel per la pace: Aung San Suu Kyi e non sono poche le organizzazioni non governative che hanno richiesto la revoca del Nobel, visto il silenzio e l'inerzia nei confronti del genocidio in atto, del tutto negato dal governo 
I Rohingya sono stati cacciati dalle loro terre e costretti ad una diaspora nei paesi vicini e sopratutto in Bangladesh, diviso dalla Birmania da un braccio di mare che diventa occasione per ulteriori morti fra coloro che stanno fuggendo verso la salvezza. 
Per di più, e questo dovrebbe interessare maggiormente l'Occidente, all'interno dei campi profughi in Bangladesh si sta sviluppando una pericolosa forma di proselitismo in favore di alcuni gruppi terroristici che fanno capo alla guerriglia pakistana ed a gruppi di lotta dell'estremismo musulmano. Un rigoroso intervento umanitario a favore dei profughi eviterebbe anche che tali forme di estremismo attecchissero in un popolo ormai preda della disperazione. Secondo un'inchiesta de L'Espresso, ci sono Rohingya che combattono ormai in Kashmir a fianco della Jaish-i-Mohammed e della Lashkar-i-Toiba, e ci sono cellule composte ormai esclusivamente di militanti Rohingya.
Qui non ci sono trafficanti di essere umani, o terroristi, ma solo un popolo che vuole scampare ad una strage di stato, causata solo da motivi etnici e l'unica forma di riscatto che intravede è la lotta terroristica. 
La violenza genererà solo altra violenza e disperazione.
E l'ONU?  E le Organizzazioni Internazionali? Quando si decideranno ad intervenire? 
By Michele Barbera 


lunedì 15 gennaio 2018

TERREMOTO VALLE DEL BELICE DOPO 50 ANNI: C'E' ANCORA CHI ASPETTA...


Se dopo 50 anni gli amministratori del Belice sono costretti ancora ad appellarsi allo Stato per avere fondi mentre in Friuli è da tempo chiusa la ricostruzione post-terremoto - dice Musumeci - significa che qui l'intervento pubblico ha parzialmente fallito"
La citazione l'ho presa da Repubblica, ma è la verità ed è il triste bilancio di 50 anni di oscurantismo burocratico che ha frenato la ricostruzione nella Valle del Belice. Non è vero che nel Belice sono stati spesi pro capite più soldi che altrove, contro la catastrofe naturale del terremoto. Semmai è vero che le risorse sono state assegnate come un "peso" che il bilancio dello Stato elargiva come una sorta di munificente remunerazione. Insomma, una sorta di pretium doloris di cui l'Italia beneficava una zona distrutta dal sisma. 
Dopo 50 anni cosa ci si domanda cosa è cambiato. 
Nulla, se non la permanenza di un tessuto cicatriziale socio-economico duro a guarire: il sisma è ancora una ferita aperta nella storia di questa terra. Non bastano le solenni cerimonie e le visite in pompa magna. Se veramente si vuole chiudere la ricostruzione del Belice occorre effettuare una ricognizione seria dei danni che ancora lacerano la geografia del territorio, degli immobili abbandonati ed insicuri che dopo 50 anni si reggono in piedi solo per miracolo. E, sopratutto, si devono dare le risorse pro capite che altre zone del territorio italiano hanno avuto e che hanno consentito di vivere il sisma come una parentesi dolorosa ma breve. 
Non si facciano inutili appelli alla prevenzione e protezione del territorio. Inutili perché nonostante le catastrofi, l'instabilità geologica di cui è geneticamente e strutturalmente affetto il nostro Paese, ancora qualcuno fa finta di niente... e non solo a livello locale, ma anche in quelle centralità che dovrebbero pianificare un'azione attenta di tutela del paesaggio e del territorio, di modo da non stracciarsi le vesti con la loro impotenza all'indomani di ogni scossa sismica che scuote il nostro Paese. 
Ma il futuro dell'Italia non è questo, non è l'immobilità burocratica, l'inerzia politica, ma l'azione amministrativa viva ed efficace. 
Questa è la risposta che le popolazioni del Belice, ancora dopo 50 anni, attendono dalle Istituzioni.
By Michele Barbera