sabato 9 dicembre 2017

IL PIACERE DI LEGGERE: SPINE D’EUPHORBIA, poesie, di JOSÈ RUSSOTTI (Convivio Editore)


Chi non è mai stato a Malvagna, una terra sospesa fra la Valle dell’Alcantara ed il cielo etneo, non può comprendere e capire sino in fondo Josè Russotti, celebrato artista poliedrico, che fonde in uno raro e splendido connubio, l’espressione viva del suo vivere l’arte: pittore non massificato, dai tratti autenticamente originali, per tecnica e contenuti, e cultore acuto, estremo e raffinato dell’arte dei versi.
Nella silloge Spine d’Euphorbia Russotti ha distillato purezze emozionali in solfeggi di versi sciolti, arricchiti da un’armonia di respiro universale. L’essenzialità profonda ed intimistica della poesia di José Russotti la si intravede sin nella tela cha anima la copertina della silloge. È un suo quadro, in cui nudità essenziali, dolorose, fanno da contrappunto ad una quotidianità metafisica, espressa in un semplice e simbolico filo da lavandaia spoglio, che taglia l’orizzonte del dipinto. Quel quadro è una finestra nell’anima, il fotogramma di un disagio doloroso, scolpito nel nero-profondo della roccia lavica, ripiegata su se stesso.
Uno strano matrimonio quello tra il dolore dell’uomo e la grandiosità della natura: Josè Russotti ama la sua terra, soffre per essa e la sua musa lirica si nutre direttamente ed attinge sacralmente al genius loci, di cui diventa vestale fedele e custode appassionata dell’oikos d’ellenica effige.
Non c’è una semiologia unica nei versi, ma, seguitando il pensiero del filosofo acheo, nulla di ciò che riguarda l’uomo è estraneo al poeta, il vissuto emozionale – creta informe – diventa magma da plasmare, lava stratificata dalla memoria, che talvolta lambisce e talvolta travolge il senso stesso della vita universale. Nella poesia di Russotti c’è la condanna alla “nostra insulsa indifferenza”, c’è la mano tesa ai “neri invisibili”: “sono voci che chiamano e si cercano/negli occhi sgranati dentro un vuoto di nulla”. C’è Malvagna, c’è l’Alcantara, c’è la Sicilia, c’è il mare, c’è una natura ed un paesaggio urbano “non convenzionale” che diventa rifugio, guaritore e panacea dell’animo umano, tempio indissolubile, ma anche timore per l’“amaro evolversi”: “che ne sarà di queste case di calce erosa/ e pomice di lava antica?”, dove riecheggia, acuta, l’eco ancestrale delle leopardiane e fatali magnifiche sorti e progressive che pure Russotti reinterpreta in più punti con l’insistente richiamo alla “ginestra”, resiliente metafora del male di vivere.
Josè Russotti
Nell’ipogeo poetico di Russotti si agita inquieto lo spettro di mille tempeste, di mille passioni e di una memoria storica striata da tenui rimpianti e da vividi dolori. “Ne rimane lieve memoria/fissata nel lampo/ d’uno scatto istantaneo…nei ripensamenti acuti/fitto di trame crudeli”. Il tazebao poetico di Russotti diventa tela bianca in cui fissare ritmi e sinfonie policrome, all’insegna del più puro spirito espressionistico, in cui la realtà è fortemente caratterizzata ed enfatizzata da colori e scene dolorose e violente, che, come in un agone prometeico, danzano “dentro un fuoco di lava”. In questi tratti emerge la passionalità assolutizzante di Josè Russotti che, in tema d’amore, non ammette compromessi: “era come un cercarci tra pazzia e dolore/ tra parole di collera e notti insonni”. Le spine “aguzze” d’Euphorbia diventano metafora dell’amarezza del sentimento inespresso: “come spine aguzze d’Euphorbia/serbo ancora sul volto/ le lacrime amare del congedo”, o anche afflato d’amore sensuale e tormentato: oh amore amaro senza nessuna lusinga…/ di spine acute d’Euphorbia nei fianchi!/ Rimani davanti alle mie mani e lasciati cullare”. Ma se l’amore è dolore, è allo stesso tempo speranza che dà voce alla memoria ed ai rimpianti. Così è per il dolce ritratto della madre, forte e delicato, “presenza divina”, “brace per l’inverno inoltrato”, e mentre nell’attimo fatale del distacco, “un silenzio assordante/di carne lacera/ s’impossessò/ di quella stanza/ austera”, il poeta-figlio rimane “inerme/nell’angolo mesto della pena”, piange “dolorosamente/adagio…/per non destarla”. Anche l’amicizia diventa per il poeta un aspro terreno di scontro in cui dolore e destino non risparmiamo fendenti, talora mortali. Allora, accanto al “grido sconfinato” per la morte dell’amico Salvatore Gaglio, poeta anche lui, Josè Russotti adagia il suo icastico memoriale: “e in questa nuda Sicilia che tanti amasti/ solo le lacrime bagneranno i fiori del tuo giardino”.
Le poesie della silloge sono, perciò, calde digressioni, variazioni sull’empatia universale, venate da malinconica e struggente saudade di cui pure, per la nascita sudamericana, la vena poetica di Josè deve averne parte. Nella consapevole fuggevolezza dell’esistenza “breve” e nella coscienza della precarietà del domani, il poeta si rivolge alla coscienza collettiva della sua città natale per esorcizzare, con un ferale monito a non piangerlo, l’”inavvertito congedo” di chi “vive il dolore”. Lo stesso topos, sommo e tragico, lo ritroviamo nella lirica dedicata al padre: “è soltanto un attimo veloce/come sguardi rubati al tempo/ perché l’età avanza e cancella”.
L’esiziale fine della vita, il tema della morte-distacco-abbandono che “passa addosso”, ineluttabile e crudele, costringono Josè a cercare spazi da riempire con sentimenti veri, che veicola per il lettore, con messaggi subliminali per sconfiggere l’”angoscia dell’attesa” , egli dà al lettore un filo d’arianna, un viatico spirituale: “ti lascio una crepa di lava/ dove ho deposto la mia pazienza” .
La lava è l’archetipo naturistico, l’ossimoro poetico di Josè Russotti: è la linfa della terra, vita e distruzione, ma è anche tomba, custodia ancestrale, culla-bozzolo: “nessuno/avrà rimpianto/della mia pelle/sporca di contrasti./ Nessuno/poserà un fiore/sulla stele di lava brunita”.
L’esistenza umana per Josè è un gioco tragico di ombre e luci, in cui i protagonisti sono preda di un destino che si fa beffa di loro. Per avere la nostra parte e viverla appieno, dobbiamo spogliarci di ogni orpello ipocrita, metterci a nudo con gli altri, servirli dei nostri sentimenti, dell’autentica debolezza del nostro cuore, che trabocca d’amore di creature imperfette, sino a divenire elogio stesso dell’imperfezione.
La vita è, in ultima analisi, un gioco delle parti, una commedia. Se non divina, umana. Come direbbe Nietzsche, sin troppo umana.
By Michele Barbera  

mercoledì 22 novembre 2017

SOSTENIAMO LA BATTAGLIA DEI SINDACI PER L’ACQUA PUBBLICA!

Partiamo da un presupposto: un’impresa è tale se genera profitti. L’intento speculativo è proprio di chi svolge un’attività economica. E il guadagno è il metro con cui si misura il successo di un’impresa. Tutto questo in un’economia liberale non solo è legittimo, ma è fisiologico.
In una logica d’impresa tutto può divenire oggetto di commercio e di mercato. Tutto può essere fonte di guadagno e di speculazione. 
Alla logica del più forte, si sovrappone quella del più ricco: solo i più ricchi sopravvivranno. 
E gli altri?
Su questa domanda ognuno può rispondere e dire la sua. Ma non lasciamo la nostra coscienza in apnea o anestetizzata dal disimpegno.
Chi oggi gode dell’acqua pubblica non potrà dire lo stesso di domani.
La logica perversa della privatizzazione imperversa e vuole fagocitare i residui spazi che ancora impediscono di stringere il cappio su ciò che è essenziale e vitale per la popolazione. Per cosa?
Solo per il guadagno, per il superprofitto. Non c’è alcuna altra ragione.
Il “privato” approfitta delle disfunzioni del pubblico, della disattenzione degli amministratori e dei governanti per presentarsi come “efficiente” e solerte. Tutte boiate ipocrite. 
Quello che interessa è solo il guadagno, milioni e milioni di euro alla faccia del popolo bue.
Hanno sbagliato e sbagliano i nostri politucoli del cavolo, da Roma a Palermo, ad ignorare la volontà del popolo che vuole l’acqua pubblica e l’ha gridato con un referendum plebiscitario.
E sbagliamo noi a non appoggiare quotidianamente la lotta giusta e sacrosanta dei nostri sindaci che si battono per riconquistare l’acqua pubblica. È un dovere civico allontanare gli speculatori dal bene più prezioso che abbiamo per la nostra stessa sopravvivenza.
Vogliamo la risoluzione del contratto da Girgenti Acque senza se e senza ma. Vogliamo che l’acqua ritorni un bene pubblico, a gestione pubblica, senza sciacallaggi e senza rendite parassitarie.
In questi giorni si svolgerà davanti al TAR di Milano l’ennesimo scontro tra Girgenti Acque e l’ATI IDRICO, dopo che l’ATI IDRICO aveva ridotto le tariffe per il consumo di acqua con l’approvazione dell’Autorità per l’energia elettrica, il gas ed il sistema idrico.
Girgenti Acque, ovvio, ha impugnato gli atti davanti al Giudice, riservandosi – altrettanto ovvio – di chiedere il risarcimento dei danni.
L'ennesima dimostrazione della voglia di profitto di Girgenti acque: soldi, guadagno, profitto, con lo specchietto delle allodole della “corretta gestione”!
Chiediamo ( lo dobbiamo fare ognuno di noi nel nostro paese e città) a tutti i cittadini ed i Sindaci del territorio di farsi interpreti della volontà del popolo, lontani da clientelismi e compromessi e di sostenere la risoluzione IMMEDIATA del contratto con Girgenti Acque!
Chiediamo al nuovo Governo Regionale di rispettare la volontà del POPOLO e dare disposizioni normative chiare ed univoche per il ritorno a livello regionale della gestione pubblica dell’acqua!
NON SI SPECULA SULLA SETE DEI SICILIANI!
Coordinamento Agrigentino per l’Acqua Pubblica

Condivido e sottoscrivo.

Michele Barbera 

lunedì 6 novembre 2017

ASTENSIONISMO? NO GRAZIE! 10 MOTIVI PER ANDARE A VOTARE


Anche per le Elezioni Regionali della Sicilia l'astensionismo ha vinto: più della metà degli elettori non sono andati a votare. Agevolando così la mala politica ed i furbetti dell'urna elettorale. 
Voglio darvi, in questa breve scheda 10 buoni motivi per andare a votare.
1. Voto perché esprimo la mia opinione. Siamo in democrazia e gli assenti, nella logica dei numeri, hanno sempre torto. Il nostro voto potrà non essere condiviso, ma rappresenta un'opinione libera e democratica. La nostra e di nessun altro.
2. Se non votiamo agevoliamo la mala politica. Non è vero che non andando a votare esprimiamo una "protesta". Semmai è vero il contrario. Agevoliamo gli affaristi della politica, facendo pesare di più i voti di chi si reca alle urne, che magari è influenzato dagli affaristi ed i furbetti della politica. 
3. Se non votiamo non possiamo pretendere cambiamenti. Il nostro voto orienta le scelte dei rappresentanti. Se un governo viene bocciato democraticamente alle urne, chi lo sostituisce è orientato a non ripetere gli errori del passato. Il popolo comanda se esprime la sua opinione, altrimenti è ostaggio dei politici.
4. Nel voto c'è il futuro nostro e dei nostri figli. Parliamo, discutiamo e condividiamo in famiglia il voto. Ci motiverà di più ed al contempo, la discussione responsabilizza noi ed i nostri figli. Le scelte politiche e legislative condizioneranno il futuro della nostra comunità. 
5. Votare significa eleggere i nostri rappresentanti. Nel diritto costituzionale ci si batte per il cosiddetto "mandato elettorale" che non può essere paragonato ad un negozio giuridico, ad un contratto, ma ha un significato più profondo. L'eletto deve farsi portatore delle idee della comunità che rappresenta. Dire la nostra su questa scelta, sia che venga eletto chi votiamo, oppure no, significa contribuire alla scelta delle idee e dei progetti, condividerli o contrastarli. Siamo una comunità ed ognuno ha un proprio "debito sociale", cioè deve dare il suo contributo alla vita sociale, anche con il voto. Solo così il politico renderà conto al suo territorio delle scelte e del lavoro che ha fatto.
6. Non votare oggi può essere una scelta, ma domani potrebbe essere una costrizione. Non c'è fenomeno più aberrante nella democrazia che privare i cittadini del diritto di voto. Ma l'astensionismo agevola ciò. Svuota il diritto di voto ed i governanti saranno sempre più orientati a svalutare il consenso elettorale. Se il popolo non vota diventa inutile. Altri meccanismi soppiantano la scelta elettorale (listini bloccati, incarichi di governo a soggetti non eletti, disattenzione per i programmi, etc...). Alla fine il voto può diventare inutile e favorire un'oligarchia ad instaurare il suo potere. 
7. Il voto è un giudizio sull'attività di chi ci governa. I primi ad avere interesse all'astensionismo sono i cattivi governanti. Fanno disinteressare il popolo per meglio pilotare l'esito elettorale e puntare alla salvaguardia dei propri privilegi. Esprimere un voto negativo, scegliendo alternative politiche, rappresenta un modo per "punire" chi ha governato in modo sbagliato e deleterio. Leggere i programmi e pretendere che vengano attuati è diritto e prerogativa degli elettori, altrimenti diventano solo vuoti proclami di principi.
8. Se non votiamo noi, altri penseranno a farlo. Che senso ha non votare se altri lo faranno? La nostra assenza diventa forza per gli altri, per chi trova il tempo ed interesse per recarsi al seggio. 
9. L'astensionismo non è una protesta. Chi si astiene dal voto non esprime alcuna opinione, né dà alcun giudizio. E' solo un assente, un inerte che subirà passivamente le scelte altrui. La sua non è una protesta, ma un involontario appoggio a chi manovra clientele elettorali. 
10. Voto perché esisto. Proprio così. Ho diritto di far valere la mia opinione, il mio giudizio. Esisto, vivo in una democrazia e ne faccio parte. Lo strumento che mi dà la Costituzione democratica è il voto, è il diritto di fare politica con le idee e con gli uomini, di polemizzare e di cercare il consenso. 
Chi vota non fa semplicemente il suo dovere di cittadino, ma esercita il diritto inderogabile di essere parte viva di una democrazia!
By Michele Barbera 

mercoledì 25 ottobre 2017

MORIRE DI VERITA': OMAGGIO A DAPHNE CARUANA GALIZIA

Di verità si muore. Lo sanno bene i giornalisti, i magistrati, le forze di polizia che della verità sposano la causa. Spesso contro tutti e tutto. La verità non sempre è amata o voluta. Capita allora che ci si adagi in un limbo fatto di ipocrisia e di mezze bugie, pur di non trovarci di fronte al turbamento delle coscienze che scatena la verità.
In Sicilia alle autobombe ci siamo abituati. E sembra che più debbano fare rumore, tanto più è la verità che debbono seppellire. Non c'è dialogo, né perdono. Solo violenza, ferocia, rifiuto di ogni confronto. E c'è la barbara forza intimidatoria mafiosa. E ci sono i mandanti occulti, quelli del "terzo livello", con i colletti bianchi che non si vogliono sporcare le mani. 

Eppure questi criminali non sanno che la voglia di verità non può essere spenta. Forse, rimane ferita, forse agonizzante, forse riposa in un sonno inquieto. 
Ma prima o poi la verità rinasce, fa nuovi proseliti, raccoglie nuovi consensi. L'intelligenza non si arrende, perché è madre del coraggio. 
Non mi stupirei se le novità di queste ore fossero vere. Il che condurrebbe la morte di Daphne ad un circuito criminale internazionale mafioso, in cui l'Italia sarebbe tristemente coinvolta. 
La memoria di Daphne è affidata al fiume eterno della storia e con essa, il suo esempio. Che ci convince a non demordere, a non desistere. A non scendere a compromessi né con la nostra coscienza, né a concedere sconti a chi opera nel male, speculando sulla vita e sui bisogni degli altri e facendo del proprio arbitrio una legge sopraffattrice. 
La verità ha un prezzo che non tutti sono disposti a pagare. Ma questo prezzo è quello che rende migliore la società in cui viviamo, che non lascia impuniti crimini e criminali. E' un prezzo altissimo se pagato da una sola persona, ma se condiviso da tanti diminuisce sino ad annullarsi. E' l'amore per il vero, per il giusto che tanto più è diffuso, tanto più isola e disarma la violenza e l'ingiustizia. 
Riposa in pace Daphne. Il nostro migliore Augurio e la nostra Speranza è che il tuo esempio di instancabile operatrice di verità venga seguito da tanti altri, specie dai giovani, che sulla rete virtuale e nella vita quotidiana concreta, sappiano operare, in piena libertà e rispetto, perseguendo il Bene e difendendo il Giusto. 
Nella nostra società non abbiamo bisogno di eroi, ma di persone oneste.
By Michele Barbera 

mercoledì 18 ottobre 2017

IL GOOGLE ZEITGEIST: CLUB BILDERBERG, NUOVO ORDINE MONDIALE E LO "SPIRITO DEL TEMPO"



In Virginia nel giugno di quest'anno si è riunito il Club Bilderberg, il convegno ultrasegreto dei potenti del mondo. 
Del Bilderberg fa parte da tempo il C.E.O. di Google, Eric Schmidt sino al 2015. 
Ovviamente nel 2017 è stato invitato il nuovo CEO di Google, Sundar Pichai. Schmidt continua a fare parte del management di Google in un'azienda controllata l'Alphabet.
L'ordine del giorno ufficiale è stato: 
  • Amministrazione Trump: una relazione sui progressi compiuti
  • Relazioni Trans-Atlantiche: opzioni e scenari
  • L’alleanza della difesa Trans-Atlantica: proiettili, byte e dollari
  • La direzione della UE
  • La globalizzazione può essere rallentata?
  • Lavoro, reddito e le aspettative non realizzate
  • La guerra delle informazioni
  • Perché il populismo cresce?
  • Russia nell' ordine internazionale
  • Il Vicino Oriente
  • La proliferazione nucleare
  • Cina e l'impatto sull'economia globale
Alcune delle risoluzioni finali (almeno quelle che sono state rese note) rigorosamente in forma orale (niente scritti o documenti "compromettenti") hanno riguardato: 
1) "reset economico" globale, mettere in gran parte le risorse in possesso delle banche per affermare il predominio economico e finanziario su quello politico;
2) "guerra globale sulle informazioni";
3) l'intelligenza artificiale che utilizza i computer quantistici e tecnologia per cementare il  controllo sul pianeta;
4) rapporto sulla politica USA e l'amministrazione Trump definita "problematica"; 
5) lo sviluppo dell'economia cinese ed il suo impatto globale;
6) rafforzamento dell'alleanza atlantica.
In sintesi, le tematiche più scottanti sul futuro dell'umanità.
Con le stesse modalità del Bilderberg si è riunito  - in "piccolo" (si fa per dire) - il Google Camp 2017 in Sicilia, che, sulla scia del Club, circonda le sue convention di un clima di assoluta segretezza.
Nel Google Camp siciliano c'è stata l'eco di quanto discusso e deciso nel Bilderberg.
Il tutto all'insegna del "Google zeitgeist", lo spirito del tempo, per preparare il management di Google alle nuove sfide, in particolare quella dell'intelligenza artificiale in grado di "carpire" ed elaborare dati, manipolare opinioni ed orientare le informazioni, fino a crearne di nuove. Vere o false non importa. Importano di più gli effetti che avranno.  
Essere padroni dell'informazione è il nuovo target dell'elite mondiale: si è visto con le elezioni in USA, inquinate a distanza dagli hackers russi. 
E, forse, non è un caso che l'albergo dove si è tenuto il Bilderberg era in Virginia, a pochi chilometri dalla Casa Bianca, dove nello Studio Ovale siede un certo Trump (invitato pure lui, ma che ha disertato la riunione, mandando alcuni fedelissimi).
Comunque, a margine, della Sicilia devono aver parlato bene. Se è vero che la prossima riunione del Bilderberg, quella del 2018, dovrebbe tenersi a Taormina. 
Grandi esclusi dal meeting la Russia e.... la Corea del Nord. Può darsi, facendo una battuta, che Kim Jong-Un si sia "arrabbiato" per questo, sfogandosi a colpi di missili? 
Sta di fatto che, da notizie ANSA, il dittatore nord-coreano si sta "allenando" anche alla cyberguerra, con un esercito di 6.000 hacker.
In ogni caso c'è poco da stare allegri.
By Michele Barbera